LA DIPENDENZA AFFETTIVA

LA DIPENDENZA AFFETTIVA

Si soffre tanto per amore… Ma quando è vero? Talvolta ci ritroviamo a credere di amare, ma invece dipendiamo soltanto: l’amore diviene una droga, quando perde il suo vero significato…

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“Io non vivo senza te”
Le canzonette sono piene di frasi che inneggiano all’indispensabile presenza dell’altro che dia un senso alla nostra vita. Già Platone ci definiva mezze mele in cerca di una precisa, specifica metà…

E’ socialmente accettato soffrire per amore, socialmente sostenuto ed auspicabile per perpetuare la specie, scegliere un partner, vivere in coppia, riprodursi. Precocemente ed in genere incessantemente si cerca un legame, una relazione, stabile, unica e che possibilmente duri per sempre.


E’ un comportamento adattivo ricercare un partner ideale per la riproduzione dei propri geni, meno adattivo è invece crearsi un’ossessione per quel partner. E ancora meno adattivo è morire per amore. Eppure accade. Succede di trovarsi invischiati in una relazione “tossica”, ossessionati dall’importanza dell’altro al punto da perdere di vista se stessi.
Qui non si parla più di amore. Entriamo nel campo della dipendenza: Love Addiction.

Dell’originario sentimento d’amore, dove il cuore batte più forte all’arrivo dell’amato, dalle commosse lacrime di fronte al primo mazzo di fiori, si passa all’incubo del distacco, alla sofferenza se l’altro non c’è. Dell’amore non rimane che un remoto desiderio, vagheggiato, struggente anelito.

Vi sono relazioni dannose, malate, mortali (Robin Norwood), da cui diventa impossibile staccarsi, fuggire.

Alcune dipendenze della nostra cultura (occidentale) sono codificate ufficialmente tra le patologie del DSM IV  (ultima edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), classificazione multiassiale  delle malattie mentali.
Per tossicodipendenza si intende l’abuso di sostanze tossiche (o comportamenti, procedure) che danneggiano l’individuo dal punto di vista della salute, del lavoro, delle relazioni sociali, occupando quasi interamente il suo tempo, i suoi pensieri, le sue attività che vengono totalizzate dalla dipendenza impedendogli di svolgere una regolare vita.
Altre dipendenze sono sommerse, tuttavia dilaganti ed altrettanto invalidanti. Al punto che in America sono stati coniati neologismi combinati con la parola ALCOHOLIC (che definisce l’alcolista). Da qui Sexaholic, Workaholic,  Shopaholic, Foodaholic, Sportaholic.  Oppure combinate con la parola Addiction (DIPENDENZA) da cui Love Addiction, Net Addiction, Gambling Addiction (che definisce la dipendenza dal gioco d’azzardo).

E’ evidente che alcune dipendenze hanno esiti più nefasti, talune sono socialmente più tollerate. Tra queste la più silente resta quella affettiva.
Non dà effetti collaterali eclatanti, non fa molto rumore, se non nella mente di chi ne è posseduto. Poiché quando l’altro diventa l’unica ragione di vita, anche a scapito di se stessi, si è in preda totalmente all’ossessione.
Il primo pensiero del mattino, l’ultimo della sera.
Sembra una frase da cioccolatino. In realtà nasconde una trappola feroce, quella dell’abnegazione malsana di se stessi, per rincorrere l’altro. Perché quando c’è dipendenza affettiva non si è ricambiati.
Vi è una relazione. Un legame fortissimo, ma il copione segue uno schema preciso che non è quello della reciprocità. Uno insegue, l’altro fugge. Lasciando a parte il banale luogo comune in cui si dichiara che “in amor vince chi fugge”, tale schema diventa più simile al bracconaggio, all’inseguimento della “preda” fino a sfociare a volte nella molestia (stalking).

Uno rincorre, l’altro si fa rincorrere.
Uno vuole, l’altro si nega.
Uno dice “ho bisogno di te” e l’altro si volta da un’altra parte.

Apparentemente uno è dipendente, l’altro “anti-dipendente”. In realtà si tratta di una vera “folie à deux”. Entrambe le mezze mele hanno bisogno dell’altra metà per esistere, per poter agire il proprio ruolo.
Quando l’altro diventa più importante della nostra stessa vita non è amore. E’ dipendenza. E’ PATOLOGIA.

Il bisogno di inseguire nell’uno è speculare al bisogno di rifiutare nell’altro. Bisogno di fondersi e bisogno di differenziarsi (Klein) sono entrambi veri e agiti. Colui che fugge è punitivo, negandosi inconsciamente castiga l’altro, in cui vede forse il genitore “cattivo” che non ha soddisfatto i suoi bisogni quando era necessario. E’ interessante osservare però che se per caso colui che fugge si ferma e diventa all’improvviso accettante e bisognoso i due ruoli si invertono, colui che prima inseguiva implorante inizia a prendere le distanze, diventa a sua volta fuggitivo… Ma la danza resta uguale.

Questo tipo di relazione è tipica nelle coppie dove uno dei due è alcolista. L’altro si erge quindi a “salvatore” (Norwood). In realtà sono entrambi “alcolisti”, uno dipende dalla bottiglia, l’altro dipende da colui che dipende dalla bottiglia. A parte il complicato gioco di parole, è una triste realtà la condizione di quelle donne che non riescono a lasciare il marito alcolista, fanno una vita di umiliazioni ed infelicità, si immolano sull’altare della devozione. 

Prometto di esserti fedele sempre. In salute e malattie fin che morte non ci separi?”
La causa di tali legami non ha radici religiose. Ma psicologiche! L’altro diventa la bottiglia del non-alcolista. Salvarlo diventa lo scopo della sua vita. Nobile intento, in apparenza. Impresa impossibile, tempo sprecato, inutile lotta in realtà. Nessuno potrà mai cambiare o smettere qualcosa perché glielo dice un altro, ma solo e soltanto se lo vuole nel profondo del suo essere.

Chiameremo per convenzione la persona che vuole salvare l’altro il co-dipendente.

IDENTIKIT DEL CO-DIPENDENTE

Co-dipendente è colui che controlla, vuole cambiare l’altro a suo piacimento. A fin di bene, per carità! Bere fa male alla salute, giocare d’azzardo rovina la vita a se stessi e alla propria famiglia, dipendere dal lavoro porta via tempo per esistere, vivere di sport impedisce una vita normale ecc. ben lo sanno i partner di costoro. I quali si armano di pazienza e coraggio e al motto di “io ti salverò” (io ti aggiusterò) partono per la loro crociata, strada costellata di spine… il co-dipendente è convinto che l’altro abbia qualcosa da aggiustare. Ma non solo, è anche convinto di poter risolvere i problemi che affliggono l’umanità e il partner in nome del suo “amore”. Il co-dipendente si crede onnipotente, più forte dell’alcol, del vizio, dell’altra moglie, della suocera ecc. non importa a chi ha dichiarato guerra. E’ far la guerra che conta, perché VINCERE è l’obiettivo, vincere per riavere l’amore dell’altro tutto per sé. Pura mera illusione.
Lo schema cognitivo del co-dipendente è molto semplice, obbedisce al mantra “
Se solo non ci fosse…
l’alcol,
l’altra donna,
il gioco,
il calcio,
la cocaina,
e così via..
IO LO POTREI AVERE TUTTO PER ME… E FINALMENTE SARO’ FELICE
”.

Così l’altro diventa qualcuno da convincere, carpire, controllare, guidare, curare, guarire, possedere, sistemare, ecc, ecc.
Perché lo si vuole TUTTO. E si sente che lui, lei non c’è… L’altro è TUTTO preso da altro… che sia la droga, l’alcol, il lavoro, il gioco o il sesso anonimo e compulsivo.
L’altro è altrove.
E il co-dipendente è tutto incentrato, votato, devoto, perso, focalizzato totalmente sull’altro.
Quindi anch’egli è altrove. Entrambi hanno una cosa in comune. Non ci sono per loro stessi, sono incapaci di stare, ascoltare ed accudire i propri bisogni senza ricorrere a sostanze o persone esterne.
Entrambi sono incapaci di stare in una relazione sana: uno, intero, di fronte all’altro, intero.
Sono entrambi mezzi. E cercano di riempire il proprio buco vuoto con ALTRO da sé. Nel caso dell’alcolista, tossicodipendente o “aholics” vari, facendo ricorso ad una sostanza o un comportamento nocivo, nel caso del co-dipendente cercando di riempire la propria esistenza con l’esistenza dell’altro che ha “il problema da risolvere”.

E’ qui l’inganno, la distorsione. Torniamo a Platone. Egli si sbagliava. Non è la metà su cui insistere, ci ha proposto un’immagine falsata. E’ sull’essere UNO il segreto, il sentirsi interi non ci porterà a vagare in cerca di qualcosa o qualcuno che ci riempa.
Questo bisogno di sentirsi uno ha origini remote, nel grembo materno.
Lì facciamo l’esperienza di sentirci un tutt’uno. Fusi, accuditi, nutriti, contenuti, in simbiosi. Alla nascita creiamo un legame di attaccamento col care-giver (Bowlby), se tale legame è soddisfacente il genitore buono verrà interiorizzato (Winnicott) e avremo dentro di noi la una presenza calda, amorevole, capace di farci tollerare la frustrazione, l’assenza, il distacco (Klein), il no (Bion).
Se questo passaggio non è avvenuto restiamo con una spina in mano e cerchiamo una presa a cui attaccarci per funzionare, per sentirci di nuovo UNO. Non tutte le prese funzionano. Solo quelle che ci portano a risentirci fusi simbiotici. Nasce così un legame struggente, totalizzante. Da cui presto uno dei due sente il bisogno di fuggire perché si sente inghiottito dal bisogno dell’altro.

Inizia la danza, che diviene dramma e spesso sfocia in tragedia.
Il distacco , quando l’altro va a bere, a drogarsi, a fare altro, viene vissuto come intollerabile, insopportabile, la mancanza, l’assenza, la nostalgia diventano devastanti.
L’altro diventa la droga del co-dipendente, la possibilità di sentirsi uno.
Ma deve fare i conti con il distacco , la fuga dell’altro che rifiuta, si nega, si rifugia nell’alcol, o altrove. Perché a sua volta si sente risucchiare dal bisogno infinito ed inappagabile del partner.

A vuole B, ne ha necessità estrema, inizia il tunnel.
B è preso da un vizio,o da altro, non sa prendersi cura nemmeno di sé ed è chiamato ad accudire il co-dipendente, che insiste per trascinarlo sulla retta via, così potranno vivere felici e contenti.. B inizia a fuggire, a ribellarsi agli ordini e ai controlli di A che si fanno sempre più pressanti,incalzanti, esigenti. B può diventare sempre più distante, ribelle, violento, anafettivo, crudele, o semplicemente assente, inizia a fuggire, non regge alle richieste, al controllo, non vuole essere aggiustato. Tuttavia poi si riavvicina, è inesorabilmente attratto da A, ne ha altresì bisogno, di quell’attimo perfetto di unione, illusorio tuttavia vitale, indispensabile ma tossico..
Vittima e carnefice, l’uno con il bisogno estremo dell’altro.

Si innesca così una lotta senza fine. Poiché in questa storia non c’è libertà, non c’è rispetto, non c’è amore. C’è bisogno, a volte violenza, lotta per il potere. C’è fame, e l’altro viene fagocitato, viene vampirizzato (Abraham) ma mai visto per ciò che è in verità.

COME SE NE ESCE?

Come da una qualsiasi altra tossicodipendenza. Ricostruendo la propria identità, autostima, imparando ad essere UNO senza aggrapparsi, riempiendo la propria esistenza di se stessi, con l’amore e la cura di sé. Soddisfacendo i propri bisogni, prendendosi la responsabilità di accudirsi, diventando genitori buoni di se stessi.
La creatività è la strada che porta ad esprimere  ciò che siamo.
Crearsi una vita piena di cose per noi stessi, i cui possiamo occuparci e rispondere in prima persona è un terapia quotidiana di cui prendersi carico.
E’ un cammino lungo con frequenti ricadute e giornate buie, ma piano piano è possibile imparare a contenersi, a prendersi cura di quel bambino nascosto dentro. Solo così potremo avvicinarci all’altro e non aggrapparci, trascinandolo in un abbraccio soffocante in discesa verso gli inferi.
Si può imparare a stare bene con se stessi, sentirsi completi, esseri armoniosi e creativi, amandosi ed accettandosi pienamente per ciò che si è e si può.
Nasciamo soli, moriamo soli
, a volte ci incontriamo con l’altro, ma poi dobbiamo essere in grado di tornare soli, occorre imparare ad amare questa condizione e farne una ricchezza, per questa avventura affascinante che è il viaggio nella conoscenza di sé.
E’ da qui, solo da qui che possiamo davvero incontrare amare ed includere l’altro.

As long as we are in need of the other we are not able to be alone and enjoy the immense riches aloneness gives. Our center is the place where only we can go, where we find our fulfilment. “But real love is not an escape from loneliness, real love is an overflowing aloneness. One is so happy in being alone that one would like to share – happiness always wants to share. It is too much, it cannot be contained; like the flower cannot contain its fragrance, it has to be released.” Osho

Finchè abbiamo bisogno dell’altro non abbiamo la capacità di stare soli e godere l’immensa ricchezza che lo stare soli fa scaturire. Il nostro centro è il luogo dove solo noi possiamo andare, luogo dove troviamo il nostro soddisfacimento. “Ma l’amore vero non è una fuga dalla solitudine, l‘amore vero è uno stare soli che trabocca. Uno è così felice nell’essere con se stesso che vorrebbe condividere. La felicità vuole sempre condividere. E’ troppa, non può essere contenuta, come il fiore non può contenere la sua fragranza, deve essere emanata”. Osho

(Cit. http://www.urbanmonk.net/136/loneliness-the-beginning-of-romance/)

Ameya G. Canovi

120 commenti su “LA DIPENDENZA AFFETTIVA”

  1. Ciao a tutti ! Sono un’ex co-dipendente che a quasi 35 anni magicamente si è svegliata e si è’ resa conto di quanto tempo ha sprecato, di quanto si è fatta del male,di quanto la sindrome della crocerossina l’abbia portata sempre più lontana da se’ stessa. Da un anno faccio psicoterapia e meditazione, e tento di migliorare i rapporti con i miei familiari,con buoni risultati. Ora rifuggo gli alcolisti, ho un naturale rifiuto. Problema :dopo essermi “svegliata” , mi sono resa conto che tutte le mie compagne di elementari medie, superiori si sono sposate e fatto una famiglia. Amichette d’infanzia e cugine comprese. Questo mentre io lottavo contro i mulini a vento. Così, sul più bello che mi stavo impegnando a risolvere la sindrome della crocerossina, mi ritrovo ad avere la sindrome della Bridget Jones! E adesso?? 🙂

  2. Molto bello il blog… però aspetto nuovi post, è da troppo tempo che non ci sono aggiornamenti. Vabbè, intanto mi sono iscritto ai feed RSS, continuo a seguirvi!

  3. Grazie all’autore del post, hai detto delle cose davvero giuste. Spero di vedere presto altri post del genere, intanto mi salvo il blog trai preferiti.

  4. Ho trovato il tuo blog perché cercavo testimonianze di donne guarite dalla dipendenza affettiva. Io ne sono affetta, ho cominciato ad andare in analisi due anni fa, mi hanno riacciuffata per i capelli perché me ne stavo proprio andando al creatore, irriconoscibile. Mi sono accorta di avere problemi quando mi innamorai se di amore si puo parlare, di un mio collega, un ragazzo problematico che alla fine scoprii essere addorittura omosessuale e io gli servivo come copertura. Ma ero io che me lo ero scelta, io mi accontentavo delle briciole, a volte mi domando se davvero lui si fosse voltato completamente verso di me. Non so…mi sono dovuta ricostruire a piccoli pezzi, ritrovarmi poco a poco, a volte tutt’oggi mi guardo allo specchio e non so chi sono. Alla fine l’ho dimenticato sicuramente aiutata dall’incontro con cadenza settimanale con la psicoterapeuta ma sapevo che la dipendenza era li pronta ad attendermi di nuovo Mi sono innamorata di nuovo, stavolta di un soggetto sano ( a dire della mia doc) ed ecco che i sintomi nel momento in cui per lavoro lui si è dovuto allontanare sono tornati tutti…BANG! Come se non avessi fatto due anni di terapia. Tremori, ossessioni, ipotermia, difficoltà della concentrazione, depressione pianto.
    Mi sono domandata se da questa cazzo di dipendenza sia davvero possibile uscire o se verrà fuori per sempre, se ormai è un marchio. Non lo so.

  5. CIAO BELLISSIMA AMEYA…COME VEDI SIAMO SEMPRE IN ONDA….UN SALUTO A VOI..SPERO CHE TUTTO E` A POSTO….MI SEI MANCATA…..COME PUOI VEDERE ADESSO HO TANTA BELLA PUBBLICITA` PER NAPOLI E LA REGIONE CAMPANIA…SE TI FA` PIACERE TI PUBBLICHERO` DEGLI ARTICOLI PER VISITARE IL TUO BEL B&B !! CIAO GIOIA….UN SALUTO DA ME E ANITA DAL NEW JERSEY !!!!

  6. Grazie Ameya… questo è un grande mistero per me, che sto da due anni con un fuggitivo capace di sparire anche per mesi, non rispondere a mail e telefonate… lui ha sempre detto di essere depresso e di avere bisogno spesso di chiudersi in se stesso. A parole è innamoratissimo, ma all’atto pratico è evitante in modo incredibile. La depressione, come da te descritta, è più calzante invece con il mio stato d’animo attuale, dovuto proprio a questa relazione.

  7. Direi di no. L’anaffettività sembra essere un tratto stabile, che ha origini in una mancata interiorizzazione di un oggetto interno buono, integro che permette una libera espressione della propria affettività. La depressione ha più a che fare con un oggetto d’amore perduto, con la mancanza di motivazione, di pulsione alla vita.

  8. Mi sto tormentando addossandomi la colpa di come è andata la mia ultima relazione (e forse non solo l’ultima!) a causa dei problemi che ho con me stesso e della mia dipendenza. Alcuni atteggiamenti di lei non mi erano chiari, non mi spiegavo come una persona “normale” potesse comportarsi così: leggere questo articolo è stato come proiettare un fascio di luce sulla mia storia.
    Complimenti e a presto

  9. Ameya
    Torno a leggere dopo qualche mese, anche perché consiglio il tuo luogo eccellente a persone che soffrono ‘sta cosa delle co-dipendenze e delle dipendenze affettive.

    Mi piace sempre ‘sto luogo. Ahaha, le … canzonette. >:)
    Se ci pensi abbiamo una cultura che per gran parte è pseudo, zeppa com’è di ciarpame e carabattole.
    Roba che canta la dipendenza effettiva.
    Oh, siamo messi così male che molti non si accorgono pure.
    Come se ti facessero mangiare della cacca e non accorgersi cosa c’è nel cucchiaio. Gasp! (8|

    ciao cara!

  10. grazie ameya…
    in effetti non so se sono pronta…non so nemmeno io quello che voglio: sono un'insoddisfatta cronica oppure mi sto incaponendo in una relazione malsana? …ci penserò su, portando avanti il difficile lavoro di cercare di capire se stessi e di riuscire finalmente a volersi bene…
    marta 🙂

  11. @E' la domanda che mi sento più frequentemente rivolgere… se non ci si piace è perché abbiamo interiorizzato un opinione su noi stessi venuta dall'esterno. Qualcuno là fuori o qualcosa a suo tempo hanno fatto sì che acquisissimo tale pensiero su di noi. Se il messaggio recepito da fuori era: "sei sbagliato, non vai bene ecc ecc. " facilmente sarà la nostra stessa idea… Come si cambia idea su se stessi? Facendo cose che ci rimandino un'immagine positiva, vincente, amorevole, utile, efficace. Essere soddisfatti di ciò che si fa, fare ciò che soddisfa… Inizia poi mi sai dire…

  12. ti leggo spesso e questo post ha mirato al centro mettendo la famosa ciliegina sulla torta…..a volte ci si gira attorno alle cose però senza riuscire a farle proprie poi magari una parola o una parola scritta tolgono un po' di nebbia dal quadro…..bene……ma mi sai dire come si fa a piacersi? io credo di essere il mio peggior estimatore, è come se fossi una malattia autoimmune:-) 

  13. @E' assolutamente vero…se non piaci a te stesso come puoi pensare di paicere a qualcun altro? Se non ami te stesso perché dovrebbe amarti un altro?

  14. molto chiaro il concetto ma come si fa a volersi bene? non è facile, non bastano gli accorgimenti elencati….credo che bisognerebbe piacersi….

  15. @94: io non credo che LUI sia bello o brutto, ma entrambe le cose. Si oscilla sempre tra il sogno e l'orrore. Idealizzazioni inutili. Vedilo come un uomo semplice, difettoso, fallace. Non un eroe, ma un uomo qualsiasi. Restare in questa relazione senza aspettative, prendendo quel che c'è il pacchetto completo, con anche l'ombra. Se ce la fai, stacci, ma per farlo dovrai rinunciare al sogno e al tuo mito. Sei pronta?

  16. @Titania quando inizierai davvero a credere di meritare perché ti riconosci per prima un valore e non solo bluffando…allora troverai persone che ti riconoscono con autenticità…cerca dif are cose per cui sei contenta di te. il volontariato è una bella strada. dare senza volere indietro, andare a letto contenta di ciò che hai fatto, e lo sai solo tu..prova..poi mi dirai.

  17. ciao ameya, ti seguo da quasi un anno ormai. tu e il tuo blog mi avete aiutato davvero tanto. da circa otto mesi sono in terapia e ho fatto dei bei progressi. in questi ultimi giorni però l'ennesima ricaduta. ma a parte questo, quel che mi chiedo da tanto è: tu credi che sia possibile che in una chiara situazione di dipendenza affettiva ci sia qualcosa da salvare? voglio dire, si tratta di sentimenti reali o soltanto della manifestazione di un disagio? quando sto bene, anche la relazione va bene. ma quando comincio a cadere nel "nessuno mi vuole bene" diamo inizio alla danza che tu hai saputo descrivere perfettamente. la domanda alla quale non trovo risposta è: "sto rischiando di perdere un uomo meraviglioso o è la dipendenza ad avermi portato da un partner con una situazione familiare a dir poco difficile e con un carattere devastante? Sono io che tiro fuori il peggio di lui e lo trasformo in un mostro o è lui che ha crisi che lo portano a distruggere me e quel briciolo di autostima che cerco di mettere insieme giorno dopo giorno? …rileggo e mi rispondo da sola "è nato prima l'uovo o la gallina?"; so che facciamo parte entrambi di uno schema prestabilito che non fa altro che ripetersi all'infinito. quel che cerco di dire è: "non sarebbe possibile superare i problemi legati alla dipendenza come il tentativo di controllare l'altro, le continue richieste d'attenzione, ecc e ricavarne una relazione normale e appagante? ci amiamo davvero o siamo solo due persone che soffrono con l'unica possibilità di uscirne troncando la relazione?"

  18. ….mi ha colpito come una sberla questo tuo utlimo commento cara Ameya, ….anche io una serie di rapporti fotocopia, dove io mi faccio in sostanza "andare bene"  parecchi comportamenti che in realtà mi deludono, ti dico con sincerità che anche essere consapevole della delusione è per me molto difficile. ci arrivo sempre in ritardo. Oggi rifletto che in effetti da piccola mi sono sempre sentita dire e ho sentito i miei dire che ci si deve accontentare, che la vita è così e non ci si può fare nulla, …che …"noi non possiamo"….o " io non posso", che mi devo adattare….che anche io sono come loro non riescono loro, non riuscirò io, forse anche per lenire qualche mia piccola delusione, a fin di bene magari, però!!!!… Sarà quel che Dio vuole era il buongiorno del mattino! .insomma questa litania fa parte della mia crescita, un leit motive che ho assorbito,  …quindi io che faccio? resto delusa da ciò che trovo e in effetti trovo poco, mi accontento, ma per assurdo anche quando trovo mi sento delusa ugualmente è come un sortilegio. Hai qualche piccolo "primo passo" da suggerirmi? Il primo forse l'ho già fatto con la consapevolezza di questo meccanismo (anche se non sempre vedo il mio accontentarmi!) , ma poi???? come scardinare questo bagaglio che ho succhiato con il latte? Scusa se non ho saputo essere tanto chiara, forse, ma sono andata di pancia….un abbraccio a te e a tutti quanti condividono. Titania

  19. @Di solito gentile lettrice troviamo fuori ciò che pensiamo di noi, qualcuno molto tempo fa le deve aver fatto credere che lei non era importante o che non si meritava attenzioni?

  20. Gentile dr.ssa sono rimasta molto attratta e affascinata dalle sue parole. Purtroppo soffro di questa dipendenza anche se ne sono molto consapevole. E' la solitudine che ti fa incappare in persone sbagliate. Vorrei cercare di lavorare su me stessa per tentare di uscirne perchè sto pendendo dalla labbra di un uomo che mi vede quando non ha di meglio da fare. E' molto umiliante e frustrante questa relazione. La mia dignità viene quotidianamente calpestata. I miei desideri, le mie esigenze non vengono affatto considerate. Persino in situazioni delicate come in questo momento che sono a letto da oltre una settimana con l'influenza non ho potuto "godere" della presenza di quest'uomo che è sempre alla ricerca di serate mondane (mai con me) e non mi è stato mai vicino neanche per sapere se avessi bisogno di medicine e di spesa. Sto molto male dottoressa e ne vorrei uscire, ma ora ho le lacrime agli occhi….

  21. ciao a tutti!!!!!!!!!!! descrizione perfetta e precisa, credo che tantissime persone sapranno riconoscere questo! così come è precisa e corretta la descrizione per uscire da tale situazione!!!!!!! bellissime le parole " si nasce soli e si muore soli" l'ho detto tante volte in vita mia, nn per esprimere tristezza o solitudine, solo per esprimere quella che io ritengo sia una verità, mi ha colpito particolarmente trovarle in questa nota!!!!!! grazie a tutti voi! vita buona!

  22. Cara Sandra,
    poteva proprio essere interpretato come un rimprovero, per questo ho tenuto a chiarire la cosa.
    O forse siamo in due a interpretare le cose in un certo modo (in effetti anche io mi sento sempre sotto esame). In ogni caso sempre meglio chiarire.

    Almeno in questo blog ci sentiamo tra simili ed è più semplice 🙂

  23. Ah ecco!
    Ora è tutto più chiaro!

    In effetti, dalla forma scritta non sempre si capisce.
    Ma c’è di più: io l’ho interpretato subito come una sottolineatura, del tipo: ‘non ho detto questo ma volevo dire quest’altro’
    E questo dovrebbe farmi riflettere sul mio sentirmi sempre sotto esame e nella posizione di rimprovero 😉
    E invece nè il tono nè la punteggiatura lo facevano supporre!
    Pensa te…
    Grazie ancora per la precisazione, perchè involontariamente mi hai fatto notare una cosa di me
    🙂

    Sandra

  24. scusami ancora Sandra,
    ho scritto una frase che poteva essere interpretata in modi diversi:
    il gruppo che frequento è guidato da un terapeuta e mi scusavo per non averlo specificato nel commento precedente…
    spero che ora sia univocamente interpretabile e che il commento abbia più senso

    ciau!

    giuli

  25. Ciao Giuli,

    sì, sì, l’avevo capito che non era seguito da un terapeuta. E’ che io, nella fase in cui sono – ancora un po’ confusa – preferirei parlarne in gruppo, ma sotto la supervisione, proprio per evitare ulteriore confusione.
    Grazie dell’incoraggiamento! 🙂
    Sandra

  26. scusa Sandra,
    non ho scritto che il gruppo che frequento è guidato da un terapeuta.
    Non posso fare un confronto con i gruppi di auto-aiuto perchè non ne ho mai frequentato uno.
    Anche io ho cominciato con una terapia individuale che mi ha aiutato moltissimo.
    Ognuno comunque può trovare il percorso più adatto alla propria situazione, soprattutto quando a guidare la ricerca è la ferma volontà di cambiare e guarire.

    Per quanto riguarda il parlare con le amiche: non è la stessa cosa! Almeno per la mia esperienza.

    In ogni caso…. buon percorso! 🙂

    Giuli

  27. @Giuli
    Ciao! Sono Sandra. No, al momento sto ‘solo’ (se così si può dire) facendo l’analisi individuale. Il mio psicoterapeuta fa anche terapie di gruppo, ma per ora non mi ha suggerito nulla.
    Deve essere molto interessante come esperienza, ma sinceramente preferisco che  sia ‘guidata’ o supervisionata da un terapeuta. Non mi sottoporrei mai a scambi di opinioni e confronti senza che ci sia qualcuno che ‘supervisioni’. Proprio per non incorrere in dubbi e confusioni, che ancora non so gestire. Il mio problema è proprio quello di essermi affidata troppo agli altri e poco a me stessa.
    Sarebbe bello parlarne con amiche, ma sinceramente non ho amiche così oneste con se stesse da ammettere i propri malesseri così manifestamente… 😉

  28. Commentando Sandra:

    chi non ci capisce ci fa sentire ancora più sole, ma è incredibilmente bello curarsi con un gruppo di donne che ci capisce molto bene.

    Non so se tu (Sandra) hai già provato, ma io sono arrivata a sciogliere i nodi più "profondi" proprio confrontandomi con chi è dipendente affettiva come me.
    Mi specchio settimanalmente con delle compagne di cammino con cui c’è uno scambio che sta curando davvero il mio senso di solitudine. Ogni incontro ci si mette a nudo: vengono fuori sofferenza, bassa autostima, il bisogno di essere amate, ma insieme a tutto questo una bellezza inimmaginabile, commovente.
    E poi in quelle due ore alla settimana non si finge, ci si mostra per quello che si è, soprattutto il lato più fragile… che liberazione!

    E’ il mio modo di amarmi.

    Giuli

  29. Già lasciata da tempo 😉
    Non riesco più a seguire e giustificare chi non mi capisce su questi temi delicati e importanti, solo perchè devo dar loro ragione. Basta.
    Sandra

  30. @Bè Sandra la tua amica è su altra glassia, fossi in te ce la lascerei… POssiamo solo crescere per noi stessi, senza aspettarci appprovazione comprensione ecc dagli altri, se c’è è un supporto se non c’è non può arrivare da chi non capisce…

  31. Ciao Ameya,
    sono Sandra, l’autrice di uno dei tanti post sugli auguri di Buon Anno.
    E che ti comunicava che ora era in analisi per problemi di dipendenz e affettive e dintorni.

    Volevo introdurmi nel blog, per commentare il post di quella lettrice che criticava l’amore per se stessi come via per stare meglio.
    Son d’acordissimo con te quando dici che le persone devono rendersi conto di cosa si parla veramente in questo blog, prima di parlare.

    Aggiungo inoltre che è stata proprio la critica mossa da una mia  amica al mio assunto finalmente divenuto consapevole: ‘Devo imparare ad amarmi di più per essere amata come vorrei e imparare ad amare senza ossessione’ ad avermi ferito profondamente.

    La critica via mail iniziava così: "questa politica veterofemminista dell’amore per se stesse non ha mai aiutato nessuna di noi…" Me la ricordo ancor oggi, malgrado siano passati mesi.

    Da allora ho evitato di confidarmi ulteriormente con quella mia amica, anche perchè nella mia situazione di debolezza e confusione totale espormi a critiche così devastanti non mi faceva bene.

    Volevo solo dire appunto che molte donne, anche le amiche che si reputano migliori e più sensibili, non comprendono le ragioni di un certo malessere. Forse perchè, buon per loro, non ne hanno mai sofferto. E passi tu per la stupida che sta perdendo tempo. Cominciare a prendere le distanze da certi giudizi tanto superficiali è una delle prime vie per essere più generosi con se stessi.
    Un abbraccio
    A presto
    Sandra

    ps. conosco molto bene Parma perchè ci ho vissuto 6 anni 🙂

  32. sono stata patologica sino a distruggere fisico e mente. Diagnosticarono depressione reattiva, i fatti erano gravi, realmente gravi, anche sulla distanza lo posso dire.
    Ma avrei potuto odiare gli altri invece di odiare me stessa autodistruggendomi. E esce fuori l’abuso della parola "mancanza di autostima". Una parola finchè non diventa cosciente consapevolezza e per questo non basta sentirselo dire o proclamarlo, occorre cucirselo addosso. E non si supera mai del tutto, riemerge , è sommerso nella formazione che non si cambia. Ma si riconosce e si hanno quindi armi per combattere un nemico che non è più invisibile. Si soffre ancora ma si prendono le distanze. E si riducono i tempi di recupero. La condizione? Per me non avere nulla di intentato e pensare che se non tutti vanno bene per me allora è normale che io non vada bene per tutti.
    E si paga con l’abbattimento della sfera emozionale, non è gratis.
    Ma si continua e si impara che è giusto anche prendere e non solo dare. Ciao