(la mia Newsletter del 25 novembre 2023)

Sono giorni di riflessioni intense per me.
All’avvicinarsi del 25 novembre, giornata per l’eliminazione della violenza contro la donna, si fanno tante iniziative che coinvolgono in massa noi psicologǝ. Ma ogni giorno, purtroppo, siamo chiamati a fronteggiare la piaga sociale del femminicidio.
La tragica vicenda di Giulia Cecchettin ha chiamato in causa ognuno di noi.
Dopo una lunga agonia, in cui siamo rimasti incollati agli schermi in attesa di un epilogo diverso, è accaduto ciò che tutti temevamo: Filippo Turetta, l’ex fidanzato, la uccide, commettendo un delitto efferato.
“Era un bravo ragazzo”, dicono di lui.
“Era un figlio perfetto”, dice il padre davanti alle telecamere.
Ma com’è un figlio perfetto?
Nel mio libro Di troppa (o poca) famiglia ho intitolato un capitolo dedicato ai figli “Pacco a sorpresa”.
I nostri figli non li conosciamo. In bene e in male.
Magari scopriamo di avere in casa talentuosi artisti, geni della finanza, o scienziati preziosi. Altre volte i nostri figli si rivelano essere assassini spietati.
Ma come? Cade dalle nuvole la madre: “dormiva abbracciato all’orsacchiotto”.
“Noi gli abbiamo dato tutto”, dicono i genitori Turetta.
Temo sia proprio qui UNO dei tanti punti che compongono il puzzle dell’orrore di queste vicende: di troppa famiglia è una famiglia che non sa essere sponda contenitiva, pensando di far bene ad accontentare sempre.
ALT!
Non sto dando colpe, non serve. Occorre analizzare bene tutta la vicenda.
Sto pensando a voce alta.
In questi giorni, il tam tam sui social è stato incentrato sulla caccia alle streghe.
Assetati di verità, rabbiosi, giustificati per un fatto atroce, ognuno di noi cercava un senso, una causa.
Il patriarcato
Non perché non esista il patriarcato. Esiste e impera.
È vero che molte persone non conoscono il significato della cultura patriarcale: è ASSOLUTO che esista una cultura maschilista, così interiorizzata che nemmeno ci accorgiamo. Ma utilizzare il patriarcato per ogni spiegazione è riduttivo, non possiamo usare un’unica lente interpretativa.
È parziale.
C’è molto altro.
Devo dire la verità, alcune parole mi risuonano così stanche da essere diventate sterili. TOSSICO è un altro termine che ho abolito dal mio vocabolario.
Ci è chiaro che il fenomeno è caleidoscopico? Che è complesso e multidimensionale?
Non ho ricette, non ho soluzioni. Ho riflessioni che cercano di tenere insieme più punti di vista.
Più siamo infantili, più cerchiamo il ‘cattivo’ di turno a cui dare la colpa, espellendo la responsabilità verso l’esterno, proiettando il babau fuori da noi, quando invece l’abbiamo dentro.
La nostra ombra è lì. Molti di noi ci hanno fatto pace, l’hanno esplorata con l’aiuto di un terapeuta.
Siamo tuttǝ splendidǝ, abbiamo tuttǝ figliǝ splendidǝ.
Fino a prova contraria, fino al crash test. Fino a quando non arriva la prova del nove, l’inghippo, l’inciampo. È lì che si vedono gli strumenti acquisiti: come reggo il NO dell’altro? Della vita?
E se non riesco? E se non riusciamo?
Non parliamo di colpe, per favore.
Cerchiamo responsabilità. E quelle sono di tuttǝ, a partire da lontano.
A mio avviso è necessario analizzare il fenomeno della violenza contro le donne con una doppia lente: un cannocchiale per vedere la storia del privilegio maschile che viene da lontano, e un microscopio per capire il presente.
Se è vero che da un punto di vista culturale gli uomini sono stati legittimati ad esercitare il loro POTERE sulle donne, è anche vero che il maschilismo ha subito mutazioni. Proprio come un virus letale che diventa resistente a qualsiasi terapia.
È colpa della famiglia, degli uomini, della scuola, del governo, del NARCISISTA (sempre Maschio, bada bene!).
E poi c’è un controcanto nel collettivo, che si indigna dicendo che NON è una questione di genere, che non possiamo seminare l’odio, che mettere maschi contro femmine non resolve.
Ok.
Allora partiamo dai fatti concreti: non vogliamo farne una questione di genere?
Come dobbiamo chiamare un fenomeno in cui gli uomini uccidono una donna ogni tre giorni?
Non ci piace che sia una fenomeno di genere?
Va bene. Chiamatela come volete, a noi basta non venire più uccise.
L’altro giorno ho scritto un post dal titolo “UOMINI DOVE SIETE?”, non per incitare all’aggressività, ma come invito.
Andiamo insieme a prenderci cura di quello che accade.
Non amo l’aggressività di chi, per curare l’aggressività, diventa più aggressivo dell’aggressore, tuttavia sono URGENTI consapevolezza e fermezza.
Un altro fatto concreto è un trend dei giovanissimi su Tik Tok dove, con un’inconsapevolezza inaudita, si inneggia al possesso nelle relazioni affettive, alla gelosia, con lusinghe di chi viene controllato (le ragazzine), e quindicenni sbruffoni che si atteggiano a padroni della loro ragazza.
Triste vero?

Non ci stiamo emancipando. La cultura si è impoverita, non si legge, non si evolve, si torna a grugnire in un reel di 15 secondi, tali sono i tempi di attenzione.
Gli adulti sono fragili e hanno fatto figli di vetro, è una realtà.
E mi metto in discussione anche io come madre.
Sognavamo la famiglia amorevole, abbiamo desiderato e cullato i nostri pargoletti, ma non siamo riusciti a dare loro i nostri NO, la nostra fermezza.
Perché non ce l’abbiamo.
Il piano di prevenzione stabilito dal governo prevede un’ora di educazione all’affettività nelle scuole.
Bello! È già qualcosa.
Ma chi la farà quell’ora? Perché i soldi per gli psicologi non ci sono.
Allora ecco che la docente di matematica diventerà insegnante di fronteggiamento delle emozioni. Il prof di chimica con due ore in esubero verrà impiegato per la fatidica ora, presumo.
Peccato che magari è proprio quel docente che, entrando in casa, lancia per aria i piatti, o è proprio quella prof che in casa non riesce a contenere la disregolazione emotiva del figlio in prima media.
Lungi da me fare uno scenario apocalittico. Vorrei solo che fossimo realisti.
Cosa possiamo dare alle nuove generazioni, se quelle conoscenze non le possediamo per noi stessi?
Ah, l’amore che bello.
Ma quale amore? Quello che ingabbia e mette sotto torchio?
Lo sappiamo noi come sono le relazioni sane?
Andiamo insieme, uomini e donne, a pensare a come gestire il nostro malessere che cerchiamo di nascondere dietro a una presunta relazione perfetta.
Gente, qui di perfetto non c’è niente.
Siamo impantanati in una difficoltà emotiva. Ed è EVIDENTE che gli uomini, molti uomini, stanno male. C’è un analfabetismo emotivo impressionante.
Alfabetizziamoci, diciamocelo che non ce la stiamo facendo. Partiamo da lì.
Invece di cercare il colpevole là fuori, chiediamoci cosa stiamo facendo noi per primi. Diamo uno sguardo attorno, smettiamo di voler avere figli perfetti, costringendoli a nascondere la loro fragilità.
Smettiamo di fingere. Siamo tuttǝ fragili.
Guardiamoci in faccia, chiediamo aiuto, offriamo aiuto.
Da lì nascerà una forza immensa. Non solo il 25 novembre.